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Tra il Golfo dei Poeti e il Tigullio esiste una Liguria verticale, aspra, quasi selvatica. Una Liguria che non concede niente senza chiedere qualcosa in cambio.
Ca’ du Ferrà nasce lì, a Bonassola, dove la terra precipita verso il mare e i vigneti sembrano trattenuti da mani invisibili. Muri a secco, fasce antiche, pietra che si scalda al sole e poi restituisce il calore durante la notte. Davanti, il Mediterraneo. Non come sfondo, ma come presenza continua. Una luce che entra ovunque e modifica persino il carattere delle persone.
Qui coltivare non è un’immagine romantica. È una pratica fisica, quotidiana, a volte brutale. Le terrazze obbligano il corpo a rallentare, a trovare equilibrio, a misurarsi con la gravità, con il vento, con il caldo che sale dalla pietra. In certe vigne non può arrivare nessuna macchina. Arrivano soltanto le mani.
Davide Zoppi e Giuseppe Luciano Aieta hanno scelto di stare dentro questa difficoltà senza trasformarla in retorica. E forse è proprio questo che rende il loro progetto così umano. Non l’idea di “ritorno alla terra” costruita per piacere a qualcuno, ma il desiderio reale di abitare un luogo fino in fondo, con tutto quello che comporta.
Hanno recuperato vigne abbandonate, ricostruito muri a secco, rimesso ordine dove il territorio stava lentamente cedendo al silenzio e al bosco. Un lavoro lungo, spesso invisibile agli occhi di chi arriva qui solo per guardare il mare. Eppure è proprio quel lavoro nascosto che tiene in piedi il paesaggio ligure.
C’è qualcosa di profondamente contemporaneo nella loro storia. Due uomini che scelgono insieme un mestiere agricolo in una terra dura, verticale, ancora molto legata a certe abitudini antiche. Senza bisogno di dichiarazioni, senza costruire simboli. Semplicemente vivendo la propria presenza dentro il territorio, dentro il lavoro, dentro una quotidianità fatta di vendemmie, fatica e scelte condivise.
Ed è bello vedere come questa naturalezza finisca per diventare parte stessa del progetto. Perché Cà du Ferrà non parla soltanto di vino o di ospitalità. Parla di possibilità. Della possibilità di restare fedeli a sé stessi anche in contesti dove, per molto tempo, tante persone hanno sentito il bisogno di nascondersi o diventare altro.
Bonassola, in fondo, somiglia molto a questa storia. È un luogo luminoso ma mai semplice. Elegante senza essere raffinato nel senso vuoto del termine. Qui convivono durezza e grazia, mare e roccia, silenzio e luce violenta. Tutto sembra sospeso tra delicatezza e resistenza.
Accanto alla cantina, Davide e Giuseppe accolgono gli ospiti in un piccolo agriturismo immerso tra vigne e ulivi. Poche camere, il profumo della macchia mediterranea, il rumore del vento che attraversa le terrazze. Nessuna idea artificiale di lusso rurale. Solo il desiderio sincero di condividere un pezzo di Liguria ancora vivo, ancora umano.
Prima ancora di assaggiare i loro vini, quello che colpisce di Cà du Ferrà è questo senso profondo di coerenza. La sensazione che dietro ogni pietra rimessa al proprio posto, dietro ogni fascia recuperata, ci siano persone che hanno scelto di vivere il territorio senza addomesticarlo. E oggi, in un tempo che trasforma tutto in immagine veloce, questa forse è già una forma rara di bellezza.