Via Caldieraro 21
36075 Montecchio Maggiore (VI)
Tel. 349 5641647
Nel cuore verde del Veneto, tra frutteti antichi e colline intrise di leggende, prende vita una storia fatta di rispetto, passione e sogni radicati nella terra.
La nascita dell’azienda risale al 2015, quando tutto cominciò con un piccolo allevamento di galline libere, felici, a scorrazzare tra i filari di un frutteto dove meli e peri di varietà dimenticate raccontavano ancora storie contadine. Un anno dopo, alle pendici della collina dei castelli di Giulietta e Romeo, a Montecchio Maggiore, un vecchio vigneto abbandonato di 1,2 ettari si offrì come una sfida e una promessa. Due anni di fatiche, mani nella terra e occhi pieni di visioni bastarono a ridargli vita. Fu lì che sbocciò una nuova passione: quella per le viti bioresistenti.
Nel 2017 arrivarono le prime barbatelle. Cabernet Cortis e Cabernet Carbon, allevate ad alberello, robuste e visionarie, piantate su gradoni antichi, testimoni di un passato agricolo mai dimenticato. I filari, esposti a sud/sud-ovest, si aggrappano con tenacia a una pendenza che tocca il 30%, come se anche la terra volesse partecipare a questa avventura.
Nel 2019, la passione si espande. A Sovizzo, su una collina esposta a nord/nord-est, nasce un secondo micro-vigneto, cullato dal vento e affiancato dall’originario frutteto. Qui trovano dimora due varietà a bacca bianca: Muscaris e Bronner, allevate a Guyot, eleganti e resistenti come i sogni che le hanno piantate.
La filosofia dell’azienda è limpida come l’alba dopo una pioggia estiva: coltivare in armonia con la natura, senza compromessi.
Le viti Piwi, forti per natura, necessitano al massimo di due trattamenti l’anno. Nessun pesticida, nessun diserbo, nessuna chimica di sintesi. Solo erba che cresce tra i filari, siepi vive che proteggono e attraggono insetti utili, e radici che scavano in profondità, in cerca dell’acqua e dei segreti del terroir.
L’irrigazione è assente per scelta. Perché la vite deve lottare, deve esplorare, deve sentire. E ciò che raccoglie nel suo viaggio nel sottosuolo, lo trasmette all’uva, e poi al vino.
Anche in cantina, il gesto è lieve. Fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, un uso minimo e ponderato di solforosa, e nient’altro. Ogni bottiglia è il riflesso puro di ciò che la terra ha voluto donare.
Michele Bertuzzo è il vignaiolo e custode di queste terre e di questi saperi.
È lui a tenere insieme i fili invisibili che legano le radici al cielo, l’istinto alla conoscenza, la memoria al futuro. Con pazienza, coraggio e ascolto, coltiva un sogno che profuma di frutta matura, galline al sole e vino vivo.
Questa cantina non è solo un luogo, ma un’idea: quella che un altro modo di coltivare, di vinificare, di vivere la vite sia possibile. Un modo lento, autentico, gentile.
Un inno sommesso alla natura e alla libertà, come il canto di una gallina al mattino, tra le fronde di un pero antico.