Pierasco

Sofia Casarin


Via Marangoni 6

31059 Zero Branco TV

Tel. 347 640 8633

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Esistono luoghi che sfuggono alla geografia. Non si trovano sulle mappe, ma nelle pieghe segrete della memoria contadina, nei gesti misurati che si tramandano, nella scelta quotidiana di non semplificare. Pierasco è uno di questi luoghi. Non un’azienda, non una cantina, ma un’idea: che la terra non si possiede, si abita; che la vite non si sfrutta, si accompagna; che il vino non si fa, accade. Siamo in Veneto, in una porzione minima di terra — meno di un ettaro — eppure ricca come un’enciclopedia vegetale. Dieci vitigni diversi, piantati con la cura di chi sa che ogni varietà ha una voce, un carattere, un tempo. Qui si coltiva Merlot ultracentenario che pare scolpito nella pazienza, un filare di Chardonnay che lo affianca come un contrappunto lieve, Glera giovane e vivace, Verduzzo trevigiano in due cloni diversi, alcuni ibridi produttori diretti (Bacò, Clinto, Clinton), un Seyve Villard degli anni ’80 piantato dal nonno Tiglio, fino ad arrivare a un giovane Piwi, il Merlot Kanthus, introdotto nel 2021: nuova linfa in un racconto antico. Ma Pierasco è anche lavanda che fiorisce tra le vigne, camomilla selvatica raccolta a mano, api che producono miele come gesto d’amore verso il paesaggio. Orzo, luppolo, canapa: non colture d’appoggio, ma attori di un ecosistema che vive, respira e si autoregola. Un’agricoltura che non divide ma unisce, che non impone ma osserva, che non insegue la resa ma cerca la coerenza. A guidare tutto questo è Sofia Casarin, scienziata del vino e contadina per scelta. Dopo un dottorato in genetica e patologia della vite, decide di restituire alla vite il rispetto che il sapere scientifico, troppo spesso, dimentica. Nasce così la cantina Pierasco: piccola, artigianale, radicale nel senso più nobile del termine. Si vinifica come si faceva prima dell’industria, prima della chimica, prima della fretta. Solo fermentazioni spontanee, nessun intervento correttivo, solo l’uva, il tempo, la sensibilità di chi sa attendere. In cantina, come in vigna, si pratica l’ascolto. Il mosto fermenta con i propri lieviti, si affina con i propri metaboliti, si trasforma sotto uno sguardo vigile ma mai invasivo. Il vino che ne nasce è un atto di fiducia: nella natura, nella tradizione, nel futuro. Nulla è replicabile, nulla è omologabile. Ogni annata è un ritratto, ogni bottiglia un racconto. Nel 2024, accanto ai vini in purezza che sono da sempre la cifra stilistica della casa — ciascuno espressione diretta della varietà, del suolo e del clima — nasce un nuovo bianco macerato. Unione di Verduzzo trevigiano, Glera e Chardonnay, si presenta fermo, limpido, con riflessi orange e una freschezza che porta con sé il ricordo dell’estate. Lo affianca un Merlot in purezza da vigna vecchissima, che è quasi reliquia vivente: un vino denso, materico, che sa di terra, sole e pazienza. Ma Pierasco è prima di tutto una storia di mani intrecciate: quelle di Sofia, certo, ma anche quelle del padre Nello, che ha custodito per decenni le pratiche di vinificazione familiare; e quelle di Giancarlo Tota, compagno di vita e di visione, che tiene insieme ogni gesto produttivo con un’attenzione rigorosa alla sostenibilità e alla giustizia ecologica. Qui il vino non è un fine, ma un mezzo: per comprendere la natura, per abitare il tempo, per restituire bellezza.