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Rivanazzano (PV)
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Eugenio Barbieri, ex ricercatore universitario, ha costruito il suo sogno di autosufficienza al confine tra i Colli Tortonesie l’Oltrepò Pavese, creando una realtà che sfida il concetto stesso di "azienda". Non chiamatela così, perché qui non c’è solo lavoro, ma un atto d’amore, un gesto di sovversione a un sistema che oggi appare in crisi etica e di sostenibilità. La sua cascina, più che un’impresa, è un rifugio, una testimonianza tangibile di un ritorno alla terra che non è solo un atto pratico, ma una vera e propria scelta di vita.
Eugenio ha deciso di abbandonare il mondo accademico per inseguire una passione più profonda, quella di coltivare la terra in modo integrato e naturale. La sua filosofia non ha nulla a che fare con la logica del profitto, ma con la sostenibilità, l’autosufficienza e l’armonia con la natura. L’allevamento, la coltivazione di ortaggi, il bosco e, naturalmente, la vigna, sono parte di un sistema che va oltre il semplice lavoro agricolo: è una vera e propria sinfonia di natura e passione.
Nel cuore di questa filosofia si inserisce il vino. Per Eugenio, il vino non è un prodotto da vendere, ma una manifestazione di libertà, il risultato di una spontaneità naturale che sfida gli standard di mercato e l'interventismo moderno. Il suo approccio al vino è puro e senza compromessi: “È uva e tempo”, dice. Questo significa vinificazioni estremamente lunghe, con macerazioni che sembrano durare una vita, e un affinamento che non si accontenta della rapidità commerciale, ma che rispetta il tempo necessario per evolversi.
Eugenio non ha paura dei costi che questa pratica comporta. Sì, ci sono otto anni di attesa prima di vedere un vino in bottiglia, ma il prezzo che ne deriva, compreso tra i 15 e i 30 euro, non è esorbitante, per quanto lui senta ancora una certa colpa nel pensare che il vino sano e naturale debba essere accessibile a tutti. Ma questo è il suo impegno, la sua lotta per rendere il vino una bontà universale, qualcosa che trascende il concetto di prodotto commerciale.
Nel frattempo, i due vini che nascono dalla sua cascina sono il testamento di questa filosofia. Il Rairon, figlio della rara e inflessibile uva rara, incarna perfettamente l’approccio di Eugenio: un vino teso, diretto, con una trama tannica robustae una persistenza che sorprende, accompagnata da un finale balsamico che ne esalta la pulizia espressiva. Un vino che sfida le convenzioni e che parla di terra e di tempo, di passione e di ruralità.
Poi c'è il Novecento, un blend di Barbera, Croatina e Uva Rara, un rosso di grande struttura e complessità, ma che non rinuncia mai alla fruibilità e alla generosità. La sua modalità seduttiva è particolare: severo eppure morbido, capace di sorprendere chi sa ascoltare la sua finesse. È un vino che affascina e conquista, con rimandi e sensazioni che rimangono a lungo nel palato, raccontando la storia di un uomo che ha scelto di seguire il cammino a ritroso, ostinato e contrario, di un contadino che sa raccontarci una storia che, purtroppo, troppo spesso ci dimentichiamo.
La cascina di Rivanazzano rappresenta così uno dei punti di resistenza di una viticoltura che cerca di tornare alle proprie radici, di riscoprire la sostenibilità e il rispetto per la terra e per le tradizioni. Un percorso che merita di essere seguito, non solo per il vino che produce, ma per la visione che lo ispira, per la determinazione di un uomo che ha scelto di non cedere alle logiche consumistiche e di cercare la verità nel suo lavoro, nella sua terra, nel suo vino.