Monte Maletto – Gian Marco Viano e il suo Carema fuori traccia
C’è un angolo di Piemonte dove la viticoltura non è solo agricoltura, è arrampicata. È scelta di campo. È testardaggine poetica. Si chiama Carema, è grande quanto un fazzoletto stropicciato tra le montagne, ma ha dentro un’epica intera. Qui il Nebbiolo si arrampica sui muretti a secco, si aggrappa alle pergole, prende il sole e respira roccia. Non è vino da comfort zone: è vino che ha fame di cielo.
In mezzo a tutto questo tra selciati, pietre, scalinate e vento c’è Gian Marco Viano, classe tenacia. Nel 2015 decide di fondare Monte Maletto, un progetto minuscolo ma verticale, come le sue vigne. Ribelle quanto basta da non voler rifare ciò che già esiste. Tenace abbastanza da credere che una bottiglia possa ancora raccontare qualcosa di vero. E la sua verità ha il gusto ruvido e brillante del Carema, come diceva Soldati, “gusto di sole e di roccia”. Pieno di silenzi lunghi, di ombre buone, di attese non forzate.
Gian Marco non cerca scorciatoie. Né in vigna né in cantina. Lavora con quel tipo di artigianalità che non si pubblicizza: si vive. Si sente. Fermentazioni lente, zero maquillage, solo l’essenziale per lasciare parlare le uve e i terrazzi sospesi sul vuoto.
A fianco del Carema che resta l’anima del progetto compare anche un bianco da Erbaluce coltivato a Roppolo, poche bottiglie ma stessa intenzione, un vino che non si impone, ma resta. E il futuro? Altri vini stanno nascendo, ma non per moda, per coerenza.
Perché l’artigianalità non è un’estetica, è una responsabilità.
Monte Maletto è un gesto controcorrente in un mondo che scrolla e scorre. È vino per chi non ha fretta, per chi ama le cose che si conquistano. Per chi pensa che il vino non sia un contenuto, ma un contenitore di paesaggi, di persone, di silenzi.
Monte Maletto è Carema che si toglie la giacca, resta in maglietta e ti guarda negli occhi.