Natalino Del Prete

Natalino & Mina Del Prete


 

Via Mesagne 72

72025 San Donaci (BR)

[email protected]

https://www.instagram.com/natalinodelprete/

 

 

C’è una cantina grande, tra muretti a secco e silenzi operosi. Un tempo era usata per il vino convenzionale, poi finì all’asta. Nel 1999, al secondo bando, si presentò solo Natalino. La acquistò in silenzio, con la fermezza di chi sa riconoscere un luogo da far rifiorire. Fino a quel momento il vino lo faceva nel garage della casa dove era nato, come avevano fatto i suoi genitori. I primi quattro ettari li aveva ereditati, oggi sono diventati venti. Ma il cuore non è cambiato, stesso gesto, stessa terra.

Dentro ci vive Natalino Del Prete, contadino prima che vignaiolo, uomo di terra e stagioni, uno di quelli che non hanno mai smesso di sporcarsi le mani. Il Salento che racconta non è quello da cartolina, ma quello che suda e resiste, che parla poco e lavora tanto. Le radici della famiglia affondano a San Donaci e i terreni si estendono tra Cellino e San Donaci.

È qui che Natalino ha fatto una scelta che non ha bisogno di parole.

Niente chimica, nessun trucco, nessuna concessione all’agroindustria. Non per moda, ma per fedeltà. Una fedeltà testarda, contadina, alla propria terra e alla propria coscienza. Già prima del biologico, già prima delle certificazioni, si faceva così, nessun fertilizzante, nessun diserbo, nessun additivo. Solo uva, zolfo, solfiti minimi quando servono, e un tempo lento che non si misura in bottiglie, ma in vendemmie.

Al suo fianco oggi c’è Mina, la figlia, quarta generazione, che non ha bisogno di rivendicare nulla. Si vede da come guarda le viti, da come entra in cantina, che qui il futuro non è una fuga in avanti, ma un ritorno pieno al gesto giusto. Tra padre e figlia si respira una complicità silenziosa, fatta di sguardi e pochi accenni. Si capiscono a mezza parola, o senza dire niente. E intanto il lavoro continua, nei filari bassi e nei tini aperti, nella selezione delle uve fatta a mano, nei travasi lenti, nella cura silenziosa che si dà a ciò che nasce dal suolo.

I loro vini hanno dentro la polvere e il sole, la fatica e l’onestà. Non cercano di piacere, non ammiccano, non fanno spettacolo. Sono vivi, a volte spigolosi, a volte selvatici, come certi canti popolari che non si accordano mai del tutto. Bevendoli, si ha la sensazione che tutto sia stato lasciato libero: il frutto, il tannino, il colore, perfino l’errore. E invece no. Ogni dettaglio è stato accompagnato con mano ferma, ma invisibile. Come si fa con un figlio che si lascia crescere a modo suo.

Bere un vino di Natalino e Mina è un atto agricolo, prima che gastronomico. È un modo per imparare ad ascoltare la voce della terra senza filtri, senza microfoni. È sapere che in un angolo del Salento qualcuno continua a camminare scalzo, a testa alta, con le mani sporche e il cuore pulito.

 

#officinaenoica🍾