Giuseppe Ferrucci e il Monticello. Una storia di terra, tempo e ostinazione
Nel cuore dell’Alto Casertano, dove l’Appennino si piega dolcemente verso il Molise e il cielo si riflette nelle acque lente del Volturno, esiste un piccolo fazzoletto di terra che racchiude un’intera visione di futuro agricolo. Siamo nel comune di Alife, alle pendici del Matese, in un paesaggio che alterna boschi, pascoli e filari, dove il lavoro dell’uomo convive da secoli con l’anima selvaggia della natura. È qui che nasce la Masseria Ferrucci. E al centro di tutto, c’è lui: Giuseppe Ferrucci, vignaiolo per scelta, per eredità, per ostinazione.
La vigna si trova su una collina chiamata Il Monticello, nome antico, carico di storie. A sud, sempre sotto il sole, a 300 metri sul livello del mare. I suoli sono complessi, vivi: sabbiosi, argillosi, calcarei, arricchiti nel tempo dalle eruzioni di Roccamonfina e dei Campi Flegrei. Un mosaico geologico che regala al vino una mineralità netta, riconoscibile. Ma c’è di più. Nel 1775, Ferdinando IV di Borbone emanò un bando che vietava l’accesso a quest’area: qui si coltivavano le uve preferite dalla casa reale, in particolare il Pallagrello, vitigno autoctono campano, raffinato e potente. Questo luogo, un tempo custodito dai reali, oggi è custodito da un contadino visionario.
Giuseppe non si limita a lavorare la vigna: la abita, la interpreta, la difende. Dopo anni di studio e osservazione, nel 2016 ha avviato un lungo percorso di rigenerazione agronomica, recuperando le vecchie piante, reimpiantando con materiali selezionati, curando ogni dettaglio del suolo. Il tutto senza forzature. Il suo obiettivo non è fare tanto, ma fare bene. Un vigneto solo, poco più di un ettaro, tutto a conduzione manuale, zero irrigazione, nessun compromesso.
La scelta agronomica è radicale: solo vitigni autoctoni (Pallagrello Bianco e Camaiola), certificazione biologica già ottenuta, e un percorso di conversione biodinamica in atto, per rafforzare ancora di più il legame tra la vigna e i ritmi della natura. Niente lieviti selezionati, niente filtrazioni, niente scorciatoie. Solo fermentazioni spontanee, vinificazioni lente, affinamenti rispettosi. In cantina si lavora con la stessa logica della vigna: fare meno, ma fare meglio.
Ma il cuore del progetto non è tecnico, è umano.
Giuseppe ha fatto una scelta rara in questi tempi: è tornato a casa. Ha deciso che quel piccolo pezzo di terra — che altri avrebbero ignorato, venduto, urbanizzato — meritava un destino diverso. Non ha cercato il mercato, ha cercato un senso. Ha investito tempo, energie, fatica, rinunciando alle comodità della semplificazione. Oggi, ogni bottiglia che esce dalla Masseria Ferrucci porta dentro questa visione.
Il vino, per Giuseppe, è un mezzo. Non per arricchirsi, ma per comunicare. Comunicare un luogo, una lingua, un modo diverso di stare al mondo. È un vino che non ha bisogno di effetti speciali perché nasce già in un luogo speciale, coltivato da mani che sanno aspettare, potare, osservare. Ogni anno è una scommessa, una poesia concreta. Ogni vendemmia è una pagina di terra scritta con la penna della pazienza. Essere vignaiolo oggi non è romantico. È faticoso, lento, difficile.
Ma Giuseppe Ferrucci ha scelto questa strada perché crede nel valore di ciò che resiste.
Nel vino non cerca successo. Cerca verità.