I Fratelli Barile – Enrico e Flavio – non sono arrivati al vino, ci sono nati dentro.
Terza generazione di una famiglia che da sempre frequenta questi suoli, li osserva, li rispetta.
Le origini sono abruzzesi, zona aquilana. Negli anni Cinquanta la famiglia emigra in Maremma all’interno del progetto di ripopolamento di queste terre, quando l’agricoltura era lavoro necessario, non racconto. Con la riforma agraria degli anni Sessanta arrivano i primi appezzamenti, dieci ettari più quattro, una misura che, senza espansioni né riduzioni, è ancora oggi la dimensione complessiva dell’azienda.
L’azienda prende forma come progetto vitivinicolo nel 2015, ma le radici affondano molto prima, in un fare agricolo quotidiano, continuo, mai ideologico. Quattordici ettari in totale, di cui quattro vitati. Vitigni autoctoni, perché qui non avrebbe senso fare altro.
Siamo a Capalbio, Maremma estrema, terra di confine più che di appartenenza. A meno di due chilometri dal mare, in pianura, battuta dal maestrale per gran parte dell’anno – almeno duecentocinquanta giorni – un vento che asciuga, pulisce, obbliga la pianta a rallentare. Il mare è vicino ma non indulgente, porta luce intensa, escursioni termiche, condizioni che non permettono distrazioni.
Qui la vite non cresce comoda, l’olivo non produce per abbondanza, ogni frutto è frutto di resistenza. Colline asciutte, suoli poveri, un territorio che chiede attenzione continua e restituisce solo a chi sa aspettare.
La coltivazione è biologica, non per moda ma per coerenza, la terra, se ascoltata, restituisce. La produzione di vino è di circa cinquemila bottiglie. Oggi una parte importante delle uve viene ancora venduta ad altre cantine private, ma il progetto di vinificazione portato avanti dall’attuale gestione mira a invertire questa proporzione, fare sempre più vino in proprio, fino a cessare, se possibile, la vendita delle uve. Una scelta di tempo, non di fretta.
Il vino nasce senza forzature, segue il passo dell’annata, accetta i suoi limiti. È figlio del clima, del vento, della stagione, non dell’intenzione.
Accanto al vino, l’olio extravergine di oliva. Circa quattrocento piante, allevate in quello che viene naturale chiamare libertà, sesto d’impianto dieci per dieci, nessuna idea di intensivo o semi-intensivo, per scelta netta. La produzione è una microproduzione, intorno alle settecento bottiglie, gesto antico, quasi domestico. Olio come alimento e come cultura, come continuità di un paesaggio che da millenni conosce l’olivo e lo custodisce.
Qui l’agricoltura non è mai stata decorazione del paesaggio, ma il suo fondamento. Prima delle mappe e delle denominazioni, queste colline erano già lavorate, percorse, misurate. Il tempo antico non è memoria celebrata, ma stratificazione viva, leggibile nei confini irregolari, nei filari, nei gesti ripetuti.
Fratelli Barile è questo: una piccola realtà familiare, agricola prima che commerciale, dove vino e olio non raccontano un’azienda, ma un territorio che continua a esistere attraverso chi lo ascolta e lo lavora.