Via Aie Sottane 4
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A Barolo ci sono case che sembrano ferme nel tempo, ma che in realtà lo attraversano. Aie Sottane è una di queste. Una delle più antiche del paese, con i muri che hanno visto passare vendemmie, famiglie, stagioni buone e annate difficili. È qui che prende forma, oggi, l’azienda agricola di Diego e Damiano Barale. Ma la loro storia non comincia da zero. Piuttosto, si potrebbe dire che hanno riaperto una porta lasciata socchiusa dal padre, raccogliendo l’eredità di quei terreni sparsi tra i comuni di Barolo e Monforte d’Alba, in alcuni dei cru più significativi del territorio: Cannubi, Monrobiolo di Bussia, Castellero e San Giovanni.
Quando finisce il tempo degli affitti e si chiude il capitolo degli studi, Diego torna alle vigne. Non è una scelta romantica né impulsiva, ma il gesto naturale di chi sa dove si sente in equilibrio. Intanto Damiano fa esperienza in cantina, lavora in silenzio, osserva, impara. Non hanno mai avuto l’ambizione di stupire. Nessun bisogno di effetti speciali, di slogan, di bottiglie che fanno notizia prima ancora di essere stappate. Il loro vino non cerca il riflettore e non ha bisogno di travestimenti. Non lo troverai nel reparto “funky” di qualche enoteca alla moda, non urla dai social, non si presenta con etichette furbette o pose da outsider.
Diego e Damiano stanno altrove. Con un passo deciso ma senza rumore, hanno scelto di stare dentro la tradizione, non per dovere o per rigidità, ma per fedeltà a ciò che hanno sotto i piedi. Credono nel tempo lungo, nei gesti ripetuti, nel lavoro che plasma le mani. Credono che il compito di un vignaiolo sia quello di accompagnare il vino, non di dominarlo. Per questo i loro vini hanno un’impronta netta, precisa, senza forzature. L’uva viene trattata con rispetto, le fermentazioni seguono il loro corso naturale, le macerazioni sono pazienti. Tutto ciò che è superfluo viene lasciato fuori.
Nel 2012 esce la prima etichetta firmata Diego e Damiano Barale: è un Langhe Nebbiolo 2010, pulito, diretto, senza orpelli. Un vino che dice chi sono, senza bisogno di spiegarsi troppo. È l’inizio di un percorso che continua ancora oggi, sempre con la stessa coerenza. Otto ettari curati con attenzione, senza fretta. Una cantina che cresce senza perdere la misura. Una visione che si nutre di concretezza, di paesaggio, di radici profonde.
Diego e Damiano non amano le mode. Non rincorrono il mercato, non si fanno sedurre dai fenomeni effimeri. Preferiscono stare sul crinale: dove il vino è ancora un fatto agricolo, una responsabilità prima che un prodotto, una voce del territorio prima che una firma. In un mondo che corre verso l’ultima tendenza, loro scelgono di restare fedeli a ciò che conta davvero. La terra, la vite, il tempo. E una bottiglia che arrivi dritta, sincera, senza filtri.