La narrazione di Salvatore Magnoni, vignaiolo di Rutino, si intreccia profondamente con la sua storia personale e con la passione per la terra che ha segnato la sua vita. Il nome della sua azienda, Primalaterra, non è solo un riferimento alla sua passione per la natura, ma un richiamo al legame ancestrale con la terra che, da secoli, appartiene alla famiglia di suo padre. Nel racconto di Magnoni, c'è un filo che unisce passato e presente, una sensazione di appartenenza e di responsabilità verso una terra che ha sempre avuto un suo carattere e che ha sempre richiesto cura, dedizione e rispetto.
La sua storia inizia nel 2000, un anno simbolico, con la decisione di dedicarsi alla viticoltura naturale, come espressione della sua visione e della sua passione per un vino che sia autentico, che sappia di qualcosa, che abbia una propria identità. La sua motivazione non è mai stata chiara nemmeno a lui, ma forse era la necessità di rispondere a quella terra che lo aveva visto crescere, a quegli aromi di ginestra che accompagnavano le estati della sua infanzia, a quel lavoro fisico che amava, che lo faceva sentire in sintonia con la natura.
Salvatore, originariamente legato a un altro mondo – quello della musica e degli eventi – ha scelto di abbandonare quella vita per concentrarsi sulla terra. Il passaggio dall'organizzare concerti a raccogliere olive è stato un salto radicale, ma un salto che rispondeva a una chiamata interiore. Una volta deciso di lasciare il passato, ha rimosso i vitigni imposti dalla colonizzazione agronomica, come il barbera e il sangiovese, per impiantare un ettaro di Aglianico, un altro l’anno successivo, fino a raggiungere diecimila piante di Aglianico, molti cloni e diversi portainnesti. E sebbene all'inizio questa scelta fosse stata percepita come un "caos", Salvatore vedeva in quel disordine una possibilità di sperimentare, di far crescere qualcosa di nuovo e vero.
Il territorio che ha scelto è il Cilento, una zona che, pur trovandosi in Campania, si distingue dal resto della regione per la sua natura unica. Non è una terra vulcanica, ma piuttosto argilloso-calcareo, con un suolo ricco di pietre e una composizione che rende la viticoltura particolarmente difficile ma affascinante. L’argilla calcareo-flysch è terra dura, che si spacca in lunghe fessure d’estate, quando l’acqua manca e le temperature possono far raggiungere agli alcolici livelli altissimi, ma che regala anche una dolcezza di fondo che mitiga l’alto tenore alcolico, mantenendo una buona acidità.
Le condizioni difficili di questa terra, però, si rivelano perfette per la viticoltura naturale. Salvatore riesce a produrre un vino senza solfiti aggiunti grazie alla qualità dei suoi terreni e alla naturale presenza di tannini antiossidanti che rendono il vino vellutato e corposo. In vigna, non si ricorre alla chimica: solo rame e zolfo, a volte il sovescio e in altre stagioni concimazioni naturali con letame. Il lavoro sotto i filari è svolto in modo manuale e attento, con l’uso della trincia e del decespugliatore per mantenere il terreno curato e privo di erbe infestanti. Il sistema di allevamento delle viti è il Guyot con doppio sperone, che consente un controllo maggiore sulla crescita delle piante e sulla qualità delle uve.
Il vino che nasce da questa terra non è solo una bevanda: è il frutto di un amore profondo per il territorio, di un impegno costante verso la sostenibilità e la naturalezza. "Fare un vino naturale significa prima di tutto fare un vino che abbia una sua identità," dice Salvatore, e ogni bottiglia di Primalaterra è l’espressione tangibile di quella filosofia. Un vino che parla di terra, di tempo, di pazienza, e di un legame profondo con la natura che ha sempre accompagnato la sua vita.