SEB Balaj

Vincenzo Vitale - Daniela Fabrizi & Artan Balaj


 

Kantina Balaj

Mifol Novosele Vlore

Rruga kombetare Vlore Fier

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sebwinery.com

 

In questa terra antica, trascurata dal clamore e mai dal sole, l’Albania del Sud – Valona – torna a raccontare la sua voce. Una voce che affonda le radici nella polvere degli ulivi, nella brezza marina che sale lieve dalla baia e si insinua tra i filari di viti autoctone, rare, e proprio per questo degne di ascolto.

SEB Balaj nasce nel 2018. Non da un investimento, non da un piano industriale, ma da un sogno condiviso, come ogni verità contadina che meriti rispetto. Un sogno semplice e ostinato, fare vino come una volta, quando le mani parlavano più delle parole e il vino non era ancora merce, ma memoria liquida.

Le vigne si arrampicano dolcemente tra gli 80 e i 250 metri sul livello del mare. Intorno, la bellezza non si mostra, sussurra. La baia di Valona e le saline, il fiume Voiussa con il suo parco protetto, un equilibrio fragile e selvatico, sorvegliato solo dalla luce. Il suolo è alluvionale, ciottoloso, sabbioso. Le piogge cadono con parsimonia, come se anche il cielo sapesse che qui ogni eccesso sarebbe stonato. E proprio in questa misura si forma il frutto, essenziale, sincero, non addomesticato.

Chi ha deciso di piantare qui non ha cercato mode, ma verità. Nessun vitigno internazionale, nessuna concessione al mercato. Solo varietà autoctone, poco conosciute persino dagli stessi albanesi, riportate alla luce con la testardaggine di chi sa che non tutto ciò che è nascosto è perduto.

La scelta è netta. Nei vigneti non c’è irrigazione di soccorso. Le viti, allevate a spalliera, resistono e si adattano. I trattamenti sono rari, mai preventivi. Si interviene solo quando la pianta lo chiede, come si fa con chi si rispetta.

Anche la cantina non è un’invenzione ma una riscoperta. Una vecchia galleria degli anni ’20, nascosta nella terra, dove la temperatura rimane costante tutto l’anno, 12 gradi. Un grembo più che un edificio, dove il vino riposa e prende tempo, come ogni cosa che ha qualcosa da dire.

Chi lavora questo vino non si è trovato lì per caso. Artan è nato a Valona. Dopo anni di apprendistato nei vigneti del Friuli Venezia Giulia e nei vivai di barbatelle, è tornato. Ha messo le mani nella terra, ha costruito con lentezza la sua cantina. I suoi vini gli somigliano, essenziali, fieri, puliti.

Vincenzo, siciliano, ha avuto il primo stupore per il vino da bambino, osservando le vinificazioni familiari. Poi è diventato sommelier, ma gli mancava qualcosa, la vigna, il gesto, la fatica. In Albania ha trovato non una scorciatoia ma un cammino. Un luogo dove il vino non è ancora stato addomesticato.

Daniela arriva da un altro mondo. Il vino e il cibo li ha sempre amati, ma solo quando ha incontrato Artan e Vincenzo ha capito che quella passione poteva diventare un progetto. Ha lasciato la sicurezza di un grande lavoro per seguire qualcosa che assomiglia a un’urgenza personale, creare bellezza nel rispetto di ciò che la circonda. Per sé e per le sue figlie.

Tutto questo non ha nulla di eroico. È semplicemente vero. Come lo è il vino, quando riesce a portare nel calice la terra da cui nasce, senza filtri, senza trucco. Quando sa farsi paesaggio, storia, carne e sogno. Quando in silenzio racconta tutto.