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SullâAppennino che guarda lâorizzonte da Predappio, in quella piega alta chiamata Monte Mirabello, tre amici hanno scelto di fare vino come si sceglie una lingua per dire ciò che conta. Matteo Farini, Simone Marzocchi e Simone Zoli non si raccontano come fondatori, ma come apprendisti permanenti. Professionisti e degustatori dagli anni Novanta, hanno deciso di tornare alla terra con passo umile, accettando lâinesperienza pratica come condizione fertile, non come limite.
Si definiscono raccoglitori dâuva per caso, e in quel âcasoâ câè giĂ un destino. Studiano, ascoltano, chiedono consiglio ai vignaioli che li circondano. Sanno che il sapere contadino non è folklore ma sostanza, non è ornamento ma fondamento. Senza quella rete di mani e di sguardi, la vigna resterebbe sterile, e il paesaggio perderebbe voce.
Monte Mirabello è luogo severo. I suoli mutano nel giro di pochi passi, le altitudini incidono sul ritmo della maturazione, i venti scendono dallâAppennino tosco-romagnolo e asciugano, tendono, mettono alla prova. A quasi seicento metri si respira unâaria che non concede mollezze. Ă montagna che entra nei grappoli, che affila lâaciditĂ , che scava nel carattere.
In questo lembo di Romagna il Sangiovese non è semplicemente un vitigno. à consuetudine, è memoria agricola che abita le case, è gesto tramandato senza bisogno di proclami. Ogni borgo custodisce una storia di pigiature, di mani viola, di tavole condivise. La socialità nasce attorno alla vendemmia come fatto naturale, quasi inevitabile.
Qui il vino non è lusso, ma lingua madre. Farini, Marzocchi e Zoli lavorano dentro questa eredità con rispetto vigile.
Si confrontano ogni giorno: con altri vignaioli, con tecnici, tra loro, persino contro le proprie convinzioni. Vogliono che lâannata si esprima per ciò che è stata, senza forzature, senza correzioni che ne alterino il respiro. Hanno scelto una disciplina semplice e rigorosa: intervenire il meno possibile. Evitare la tecnologia come scorciatoia, rinunciare agli additivi come stampelle. Affidarsi alla mano che sente, allâocchio che osserva, alla testa che decide dopo aver ascoltato.
Il loro vino nasce cosĂŹ, come conseguenza di un dialogo continuo tra uomo e paesaggio. Non esibisce muscoli, non rincorre mode. Cerca piuttosto una coerenza interna, una giustezza che tenga insieme cielo e suolo, aria e sostanza. E in questa tensione, ancora giovane ma giĂ consapevole, si avverte il desiderio piĂš autentico, restituire nel calice un frammento vero di Appennino.
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