Cacciatore d'uve

Paolo Barillari


 

Ci sono vite che si leggono come mappe. La mappa di Paolo Barillari è fatta di valigie leggere, appunti scritti di corsa, taccuini scarabocchiati e scarpe consumate. Per anni ha aperto e richiuso quella valigia, portando con sé solo l’essenziale, ciò che serve a vedere e capire. Il resto lo lasciava al mondo, ai viaggi, alle stagioni e agli incontri.

Ha cominciato dai pendii morbidi della Francia, attraversando valli, vigne e cantine, imparando che il vino è linguaggio e memoria insieme. Poi l’Australia, arsa e dorata, con la sua luce tagliente che trasforma ogni grappolo in un microcosmo di sole. Infine la Nuova Zelanda, dove il vento e il sale del mare entrano nei vigneti come una lingua nuova, insegnando a rispettare ciò che non si controlla.

Da questi spostamenti nasce Il Cacciatore d’Uve, progetto nomade e radicato al tempo stesso. Non è una ricerca sterile di unicità per vanità, ma la volontà di ascoltare il mondo, la terra, le mani che lo lavorano. Ogni bottiglia racconta un incontro, con un territorio, con una pianta, con un vignaiolo, con un lievito che non si vede ma che lavora come un custode invisibile, un traduttore che trasforma la voce della terra in vino.

La prima caccia comincia nel 2019, ai piedi degli antichi vulcani dei Colli Euganei, un territorio che porta i segni della propria storia geologica e della pazienza degli uomini. Colline morbide, terra rossa e scura, vigneti abbandonati che respirano ancora di memoria. Qui Paolo incontra chi lavora la terra con ascolto, uomini e donne che sanno che la vendemmia non è una corsa, ma un dialogo con l’ecosistema, con le piante, con i lieviti.

E proprio i lieviti meritano attenzione. Non sono strumenti, non sono mezzi, ma artefici di identità. Ogni fermentazione spontanea è un microcosmo di vita, un equilibrio tra natura e sapere umano. Il microbioma del vino diventa così un linguaggio invisibile che racconta il territorio, la stagione, la mano che raccoglie l’uva. Capire e rispettare questi equilibri significa fare vini vivi, che non somigliano a nessun altro, che hanno dentro memorie e timbri unici.

Fare vino per Paolo significa accettare l’incertezza, fidarsi del gesto artigiano, non dell’intervento artificiale. Significa raccogliere uve a mano, lasciarle fermentare spontaneamente, evitare tutto ciò che la natura non ha già concesso. Ogni bottiglia è un’istantanea di un ecosistema, un respiro sospeso tra terra, aria, mani e microbi invisibili.

In quell’acino trafitto da una freccia, simbolo del progetto, c’è tutta la storia, la curiosità, il rischio, la meraviglia di scoprire. È la tensione tra ciò che sappiamo e ciò che ignoriamo, tra controllo e ascolto, tra mestiere e libertà. Ogni vino del Cacciatore d’Uve è una tappa di questo cammino, una pagina di diario liquido che racconta ciò che la terra ha voluto rivelare e ciò che le mani hanno scelto di custodire.

Non è una moda, non è uno stile. È un modo diverso di stare nel mondo del vino, più lento, più giusto, più umano. Un gesto che si ripete, senza fretta, che ogni anno ricomincia, con la stessa valigia leggera e la stessa voglia di imparare.

 

 

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