La storia della cantina La Selvaggia di Alessandra Schio comincia con una partenza. O forse, più precisamente, con una fuga.
A diciannove anni Alessandra lascia Marsala. Il microcosmo in cui è cresciuta le sta stretto e sente il bisogno di allontanarsi. Si trasferisce a Pisa per studiare Scienze dei Beni Culturali e durante quegli anni passa anche da Barcellona, con un Erasmus che apre ulteriormente l’orizzonte. Quando si laurea, nel 2009, il desiderio è ancora quello di spingersi oltre. La direzione diventa Berlino, allora una città inquieta e magnetica.
Qui trascorre diversi anni muovendosi tra lavori diversi, cucine affollate, interpretariato e raccolte fondi per piccoli progetti teatrali indipendenti. È una stagione intensa, fatta di esperienze e di incontri, che la forma e la mette alla prova.
Quando quella fase si esaurisce Alessandra riparte. Questa volta senza una meta precisa. Attraversa California, Cuba e Messico. Sono mesi di viaggio che la riportano a qualcosa di più semplice e primario: il tempo passato all’aria aperta, il contatto con la terra, la memoria di quando da bambina passava le giornate sugli alberi con le mani macchiate di gelsi.
Il ritorno in Sicilia arriva nel 2018 per ragioni familiari e nelle intenzioni dovrebbe essere solo una pausa. Nella sua testa c’è già un’altra partenza. In Messico l’aspetta ancora una vecchia Ford Explorer del 1994. Ma la campagna siciliana fa qualcosa che lei non aveva previsto. Poco alla volta la trattiene. Le mostra un volto che non aveva mai davvero conosciuto, forse proprio perché se n’era andata troppo presto.
Nei tre anni successivi continua a muoversi, ma dentro l’isola. Lavora in piccole realtà agricole che sperimentano permacultura e forme di vita più sobrie e autonome. Non è ancora un progetto preciso. È piuttosto una ricerca, un modo di capire dove stare.
Il vino entra davvero nella sua vita nel 2020, durante una vendemmia da Viteadovest. Lì trova un ambiente vivo, fatto di piccole aziende che collaborano e condividono lavoro e conoscenze. Quelle giornate cambiano qualcosa. Fino a poco tempo prima aveva provato più volte a vendemmiare nelle aziende del territorio ricevendo spesso la stessa risposta: non era lavoro per una donna.
Nel 2021 inizia a lavorare stabilmente con Viteadovest e poco dopo compie il passo decisivo. Acquista la sua prima vigna di Catarratto in contrada Casale, nel territorio di Mazara del Vallo. È un piccolo appezzamento su un altopiano di circa duecento metri, dove i suoli calcarei danno al vitigno una tensione precisa e luminosa.
La produzione nasce da lì e prende forma attraverso due interpretazioni dello stesso vitigno. Meta è un Catarratto ottenuto da pressatura diretta, dove la gestione dell’ossigeno accompagna il vino verso un profilo elegante e teso. Clito prende invece una strada diversa: macerazione sulle bucce e lungo affinamento tra legno e bottiglia. La sua impronta volutamente ossidativa guarda alla tradizione dei vini del territorio e diventa, nelle intenzioni della produttrice, anche un piccolo gesto politico.
Oggi Alessandra coltiva pochi ettari sparsi tra luoghi diversi. Oltre al Catarratto di contrada Casale possiede una giovane vigna di Grillo a Dammusello, vicino alla Riserva dello Stagnone, e un piccolo vigneto più vecchio nella zona di Ettore Infersa, dentro la stessa riserva.
La dimensione resta volutamente piccola. Il lavoro però non è semplice. Il cambiamento climatico ha reso più fragile l’equilibrio delle campagne e anche in queste zone, un tempo ventilate e asciutte, le malattie fungine sono diventate più frequenti. A questo si aggiunge un territorio segnato da decenni di monocultura e da un uso pesante della chimica.
In questo contesto La Selvaggia è prima di tutto una scelta di vita. Un progetto nato da molti chilometri percorsi altrove che, quasi senza volerlo, ha trovato radici proprio nel luogo da cui tutto era cominciato.
E come succede con certi viaggi, quelli che davvero cambiano le persone, il punto di arrivo non è mai definitivo. È solo un nuovo inizio.
Miraggi Vino Rosato 2024
Nel calice brilla di una luce calda che ricorda la simetite. È un rosato mediterraneo fin dal primo sguardo. Nasce a Marsala da uve Parpato e porta la firma sensibile di Alessandra Schio.