C’è una parte d’Abruzzo dove il vino continua a muoversi lontano dalle geometrie perfette del mercato.
Colline morbide, strade secondarie, vigne che non cercano la fotografia da catalogo ma restano immerse dentro una ruralità ancora concreta, vissuta.
È qui, a Contrada Casalonga nel comune di Rosciano, che nasce questa piccola realtà familiare.
Un’azienda che attraversa il vino senza irrigidirlo dentro una posa identitaria costruita.
Il rapporto con la terra appare diretto, quotidiano. Non c’è la ricerca dell’epica contadina né quella nostalgia artificiale che spesso trasforma le campagne in scenografia narrativa. Qui il vino resta dentro il ritmo normale delle cose.
Lavoro, stagioni, vendemmie difficili, intuizioni e continuità.
Le uve sono quelle che appartengono da sempre a questo territorio, Montepulciano e Trebbiano, insieme ad altre varietà che guardano oltre i confini più tradizionali come Pinot Nero, Riesling e Sauvignon Blanc. Bottiglie dai nomi immediati come Sorso Nudo, Biancopappo ed Eccessodicolore sembrano sottrarsi alla liturgia spesso troppo seria del vino contemporaneo.
Ma il punto più interessante del progetto probabilmente si trova dentro Vino Partigiano.
Nato nel 2022 tra le colline di Rosciano, il progetto lega il vino a una dichiarazione culturale precisa, profondamente antifascista, intrecciata alla memoria di territori che durante la Resistenza hanno conosciuto il passaggio degli uomini, delle scelte e dei conflitti.
Vino Partigiano non prova a trasformare la politica in marketing e nemmeno il vino in manifesto estetico.
Rimane qualcosa di semplice e diretto. Un vino pensato per essere condiviso, accessibile, vivo.
Le bottiglie sono cresciute rapidamente, passando dalle mille iniziali alle quattromila dell’annata 2023.
Non tanto per inseguire una dimensione commerciale più ampia, quanto perché evidentemente esiste ancora chi cerca vini capaci di portarsi dietro un’idea di comunità e appartenenza.
Il Bianco e il Rosso del progetto nascono rispettivamente da Trebbiano e Montepulciano, fermentati con lieviti indigeni e affinati in acciaio. Una scelta che sembra voler togliere rumore al vino invece che aggiungerlo, lasciando spazio a una bevuta libera da costruzioni inutili.
La coltivazione delle vigne e il lavoro in cantina avvengono nel rispetto della natura, dell’uomo e dell’ambiente.
Ma senza trasformare queste parole in slogan. Perché oggi dichiararsi sostenibili è semplice.
Molto meno semplice è continuare a esserlo davvero, ogni anno, dentro le difficoltà concrete del lavoro agricolo.
Ed è forse proprio qui che il progetto di Donato Di Tommaso e Anna Ricciutelli trova la sua parte più credibile.
Nel lasciare che siano il vino, il territorio e la coerenza quotidiana a parlare senza costruzioni inutili.
Perché oggi fare vino così significa restare ostinati e presenti dentro la realtà, senza trasformare tutto in immagine.
Ed è anche per questo che Vino Partigiano merita attenzione e rispetto.
Abbiamo deciso di sposare un progetto che lega il nostro vino ad un concetto di sostenibilità sociale dal nome “Vino Partigiano”