Via della Marescotta, 7
01039, Vignanello, Viterbo
Tel.0761 754198
C’è una zona, a nord del Lazio, dove l’olivo sa di tufo e vento, e le sue radici affondano in un passato che sa di grano, vite e silenzio contadino. Le Colline dei Monti Cimini, in provincia di Viterbo, sono terra alta e gentile, scolpita dal fuoco antico dei vulcani e accarezzata dalla luce della Tuscia. Qui, dove la civiltà agricola non è mai diventata folklore, ma resistenza quotidiana e sapere trasmesso, sorge il Frantoio Cioccolini, presidio di qualità e intelligenza contadina.
Dal 1890 la famiglia Cioccolini si dedica alla coltivazione dell’ulivo, insieme alla vite e ai cereali, secondo una visione agricola che non separa, ma unisce. Era olio per casa, per la famiglia, per la mensa e i giorni di festa. Poi, nel 1963, la svolta, nasce il frantoio, impiantato con lungimiranza tecnica e tensione morale, per dare agli olivicoltori del territorio non solo un luogo di molitura, ma un’idea di olio diversa, più alta, più consapevole.
Allora erano presse, pietre e fatica. Nel 1972, quando ancora in provincia pochi sapevano cosa fosse, la famiglia Cioccolini sceglie la via della centrifugazione, un atto coraggioso, pionieristico, che antepone alla nostalgia il valore dell’innovazione.
Non c’è cesura, ma continuità; la tecnica è al servizio della qualità, non della quantità. È in questo equilibrio tra radice e futuro che si compie l’identità del frantoio.
Oggi, con due linee di lavorazione all’avanguardia, in grado di lavorare fino a 1200 quintali di olive al giorno, il Frantoio Cioccolini resta fedele a se stesso. Nulla è lasciato al caso, ogni parametro è monitorato, ogni temperatura controllata, ogni stoccaggio pensato per preservare la vitalità dell’olio. Le cisterne inox sono inertizzate e climatizzate, non per ostentazione tecnologica, ma per rispetto del lavoro degli olivicoltori — oltre 1500 — che affidano al frantoio il frutto delle loro campagne, dei loro inverni, dei loro silenzi.
Le olive — Canino, Frantoio, Leccino, Moraiolo — vengono raccolte a mano o con agevolatori, sui pendii della Tuscia viterbese, tra le selve di castagno e le vigne sparse, dove la campagna non ha perso la sua dignità operosa. L’olio che ne nasce è un extravergine di grande espressione territoriale, fruttato di media intensità, con note erbacee nitide, sentori di mandorla acerba, amaro gentile, piccante in chiusura, come un sussurro di rosmarino in controluce. È un olio da degustazione, certo, ma anche da cucina viva: su legumi, zuppe, carni bianche, pesce d’acqua dolce e pane bruscato.
Nel 2025, a riconoscere il valore di questo lavoro, arrivò il prestigioso riconoscimento, l'Ercole Olivario, all'Essenziale come miglior extravergine di Italia nella categoria "fruttato leggero”.
Un premio giusto, ma non necessario. La vera medaglia è nella fedeltà dei produttori, nella stima degli artigiani del gusto, nell’onestà con cui ogni bottiglia racconta il paesaggio da cui nasce.