Jannìa, Calabria – Carello, ai piedi della Sila
Tra il mar Ionio e il Tirreno, lì dove la Sila comincia a diventare memoria e non più solo altopiano, c’è una vallata chiamata Carello. Oggi è quasi disabitata, ma il suo nome resta inciso nella geografia sentimentale di chi l’ha abitata e poi dovuta lasciare.
Jannìa è un pezzo di terra lì, affacciato sul silenzio. Tre ettari di uliveto, 500 piante centenarie, radicate su un suolo franco-sabbioso che respira pietra e bosco. Un tempo dimenticato, oggi restituito con gesti nuovi a un’agricoltura consapevole e giovane.
Dopo decenni di abbandono, questo oliveto è stato recuperato da chi ne custodiva solo il ricordo, un nome appuntato su un vecchio registro di famiglia. Le piante c’erano ancora. Resistenti, testarde, immerse in un paesaggio che sa di querce, pini e abeti. I monti Campo di Manna e Gimmella proteggono questa macchia verde dai venti, mitigano le temperature, e creano un microclima unico: una condizione che in Calabria si ripete mille volte, ma che ogni volta genera un racconto irripetibile.
A condurre l’azienda ci sono oggi Francesca e Angelo Oliverio, che hanno trasformato la memoria in progetto, guidando con amore, dedizione e grande competenza ogni fase del lavoro, dalla cura del terreno alla gestione dell’uliveto, fino all’estrazione dell’olio. Con loro, una squadra di giovani professionisti calabresi e un impegno chiaro, produrre olio extravergine di qualità, in armonia con il territorio.
L’azienda è attualmente in conversione biologica.
Qui si lavora la cultivar Pennulara (Nostrale di Caccuri) e tecniche aggiornate, tra potature precise, raccolte attente e un frantoio che rispetta la materia viva. Nessuna promessa da etichetta, nessuna nostalgia di cartolina. Solo la volontà di fare bene, nel proprio luogo.
Carello, oggi, è un punto sulla mappa e una voce ritrovata nel paesaggio. Jannìa è il nome che la ricorda. Non un marchio, ma una memoria rimessa in circolo.
Una delle mille storie della Calabria agricola. Una di quelle che vale la pena ascoltare.