Francesco Maria De Franco è un viticoltore che sa cosa significa assumersi la responsabilità di restituire dignità a un vitigno e a un territorio, un uomo che, al di là delle mode e dei compromessi del mercato, ha scelto di fare della verità del vino la sua unica guida. La sua storia si intreccia con quella della sua terra, Cirò, un angolo di Calabria dove la viticoltura ha radici che affondano nei secoli, ma che, negli ultimi anni, è stata travolta da una produzione massificata e omologata. Quando De Franco, architetto di formazione, ha deciso di tornare alle origini, alla terra dei suoi antenati, non l'ha fatto per seguire la tendenza del momento o per assecondare la crescente domanda di vini “facili” e pronti. Al contrario, la sua scelta è stata quella di intraprendere una strada ardua, ma autentica, per ridare al Cirò il posto che merita nella storia della viticoltura.
Il panorama enologico di Cirò all'inizio del suo ritorno era, purtroppo, emblematico di un fenomeno che, da tempo, stava caratterizzando molte delle zone vinicole italiane: un dilagare di produzioni in serie, modellate su parametri standardizzati, lontane anni luce dalle caratteristiche di un territorio che, per millenni, aveva prodotto vino secondo la sua propria, indelebile natura. Un fenomeno che già nel 1975 Mario Soldati aveva denunciato nel suo "Vino al vino", parlando di come la viticoltura moderna stesse perdendo la sua identità per rincorrere formule universali e anonime. La stessa “mantra” che da tempo imperava anche nei distretti enologici della Calabria: i consigli del marketing, i suggerimenti degli esperti su come “deve” essere il vino, calato dall'alto, senza tener conto di quella che è l’anima della terra e della tradizione.
Ma se la viticoltura è una questione di secoli e se la storia della vitis vinifera, soprattutto quella calabrese, è stata scritta da mani che sanno bene cosa significhi vivere di e per la terra, allora ogni scelta, ogni gesto in vigna, ogni bottiglia prodotta deve essere, in primo luogo, un atto di rispetto verso il territorio. De Franco lo ha compreso fin da subito, e con la stessa determinazione con cui ha deciso di tornare a Cirò, ha intrapreso la battaglia contro la proposta di modifica del Disciplinare del Cirò, approvata nel 2010. Una modifica che avrebbe rischiato di snaturare l’essenza di quel vino, modificando regole fondamentali che avevano definito il carattere di un territorio vinicolo millenario. Una battaglia che De Franco ha condotto con pochi, ma determinati compagni di viaggio, lontano dai riflettori e dalle luci della ribalta, ma consapevole della necessità di difendere con tenacia la vera essenza di un vino che non può essere omologato a logiche di mercato, ma che deve rimanere fedele a se stesso, alla sua terra, alla sua storia.
Il Cirò, infatti, non è un vino qualsiasi. È un vino che parla una lingua antica, che racconta le storie degli uomini e delle donne che da secoli lavorano la terra. È un vino che nasce da un vitigno, il Gaglioppo, che ha trovato nel suolo calabrese la sua vera casa, capace di trasmettere l’intensità e la forza di un clima duro, ma generoso. Per questo, quando De Franco è tornato alle vigne di famiglia, ha voluto fare un passo indietro, rispettando la tradizione, ma al contempo modernizzando con rispetto le tecniche di produzione, mantenendo il carattere originale del Cirò, senza farlo cedere alle lusinghe della standardizzazione.
La sua filosofia è semplice e limpida, ma non per questo meno ardua: creare un vino che esprima davvero il suo territorio, il suo suolo, la sua storia, senza piegarsi a facili compromessi. E per fare questo, ha scelto di lavorare seguendo i dettami di una viticoltura che non teme le difficoltà, che non si arrende al mercato globale, ma che si fa custode di un patrimonio che ha il diritto di continuare a vivere per ciò che è, senza travestirsi da altro.
Francesco Maria De Franco non ha solo scelto di produrre vino. Ha scelto di difendere un'identità, di combattere per la storia e la cultura di un luogo che, sebbene lontano dai centri del vino più noti, ha sempre avuto qualcosa di unico e di prezioso da offrire. Il suo lavoro è un atto di resistenza, ma anche di speranza: quella speranza che, nonostante tutto, sia ancora possibile produrre vini autentici, che sappiano raccontare le storie di chi, in silenzio e con fatica, lavora la terra, senza mai tradirla.