Le Querce 🍈

Tommaso Verì


 

Tommaso Verì

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C’è un colle che guarda il mare, a ridosso della Costa dei Trabocchi, dove il vento sa di sale e di resina, e il tempo scorre secondo il ritmo antico degli ulivi, che non hanno fretta, ma memoria.

Lì, tra ulivi secolari e querce maestose, parte di quella gemma nascosta che è la Riserva Naturale della Grotta delle Farfalle, nasce un olio che sa di Abruzzo vero, Le Querce.

Le piante, alte e generose, portano il nome gentile di una cultivar antica, Gentile di Chieti. Non è un olio qualsiasi, è frutto di un tempo lungo, di mani che conoscono la terra, di notti di attesa e di albe di raccolta. L’ulivo qui non si coltiva, si accompagna, si ascolta.

Ogni drupa è colta a mano, come un gesto di riguardo. Il frantoio lavora a freddo, subito, perché l’aroma non si perda e l’oro verde mantenga la sua voce, note erbacee, sentori di mandorla fresca, una lieve carezza amara, appena piccante, come sa essere solo l’Abruzzo quando si racconta senza filtri.

Ma questa storia non nasce oggi. È una storia di famiglia, di radici, di ritorni.

Tommaso Verì, giovane ma con la tempra dei vecchi, si laurea in informatica a Bologna. E proprio quando tutto sembrava condurlo altrove, sceglie il contrario, torna.

Torna a quella terra che l’ha cresciuto e che attendeva, da anni, qualcuno capace di unire passato e futuro, mani e mente, memoria e innovazione.

Decide di non abbandonare gli ulivi, ma di dare loro voce nuova, cura la terra, studia i tempi, introduce la tecnologia per osservare meglio, non per sostituire. E da questo gesto moderno e insieme arcaico, nasce un progetto che ha il respiro largo, come la sua costa, portare l’Abruzzo sulle tavole d’Europa, con il rispetto di chi sa da dove viene e la lucidità di chi sa dove vuole andare.

“Le Querce” non è solo un olio. È un’idea di territorio. È l’eleganza sobria di una tradizione che sa rinnovarsi senza svendersi. È la forza gentile di una cultivar che resiste al tempo e lo racconta.

È un omaggio alla terra, alla sua ruvidità e alla sua poesia.

Come avrebbe detto Veronelli: l’olio non si descrive, si ascolta. Con la bocca, con il naso, con la memoria.

E questo, di memoria, ne ha tanta.