L’Etna è una montagna che cambia umore, luce e temperatura nel giro di poche ore. Una montagna che obbliga chi la vive a stare dentro l’incertezza. E forse è anche per questo che i vini più veri nati qui non hanno quasi mai il tono dell’arroganza. Hanno piuttosto quello della resistenza. Nerina Cardile arriva da questo paesaggio.
Da Solicchiata, una piccola frazione sul versante nord dell’Etna, oltre i settecento metri di altitudine, dove le vigne convivono con pietra lavica, vento freddo e sbalzi climatici che non concedono distrazioni. Da queste parti il vino non è un lusso culturale. È parte del paesaggio umano. Qualcosa che esiste prima ancora di essere raccontato.
Nerina cresce dentro questa presenza silenziosa. Le vigne dei genitori, le stagioni osservate da vicino, il lavoro agricolo visto senza retorica. Perché la campagna non è mai romantica quando la vivi davvero. È fatica, dubbi, grandine, soldi che mancano, annate storte, decisioni prese spesso senza sapere se saranno giuste. Poi però la vita prende un’altra direzione.
Studio, università, psicoterapia, gli anni lontani dalla Sicilia. Una formazione costruita altrove, a Padova, dentro un mondo apparentemente distante da quello agricolo. Eppure certe appartenenze restano sottopelle anche quando provi a trasformarle in qualcos’altro. Nel 2018 decide di tornare. Non per costruire un personaggio da “ritorno alla terra”, diventato ormai quasi un genere narrativo. Torna perché capisce che quella montagna continua a parlarle con una voce troppo precisa per essere ignorata. E quando dice “la mia Etna” non lo fa per possesso. Lo fa come si parla di qualcosa che ti ha formato il carattere.
L’anno dopo entra in contatto con Vino di Anna, realtà fondamentale per una certa idea libera di vino etneo. Accanto a Anna Martens e Eric Narioo muove i primi passi concreti in cantina e vinifica una piccola partita di uve provenienti dai terreni di famiglia. Non un debutto costruito a tavolino. Piuttosto un ingresso graduale, rispettoso, quasi necessario.
Le vigne si trovano sul versante nord della montagna, uno dei luoghi più profondi e identitari dell’Etna del vino. Vecchie vigne ad alberello che affondano le radici nella sabbia vulcanica e convivono con un clima sempre meno prevedibile.
Qui il cambiamento climatico non è teoria. È qualcosa che modifica davvero il lavoro quotidiano: anticipa maturazioni, altera equilibri, costringe a osservare ogni annata con attenzione nuova.
Nerina lavora dentro questa fragilità senza irrigidire il vino. Non forza maturazioni, non rincorre concentrazione. Non usa la tecnica per cancellare le differenze tra un’annata e l’altra. Cerca invece di accompagnare l’uva fino in fondo lasciandole spazio. Fermentazioni spontanee, nessuna chiarifica, nessuna filtrazione invasiva. Scelte che oggi molti usano come slogan, ma che qui sembrano semplicemente coerenti con il modo in cui tutto il progetto è nato.
E dentro tutto questo si percepisce ancora qualcosa del suo passato da psicoterapeuta. Non nel senso romantico del termine. Piuttosto nella capacità di ascoltare senza sovrapporsi troppo, di lasciare spazio, di non avere bisogno di controllare ogni cosa per sentirsi sicura del risultato. Forse è proprio questo il punto più interessante del lavoro di Nerina Cardile.
In un territorio dove il rischio di trasformare il vulcano in scenografia è altissimo, Nerina sembra restare ancorata alla parte più concreta e umana dell’Etna. Quella fatta di vigne vecchie, scelte lente, equilibrio fragile e persone che ogni anno ricominciano senza sapere davvero cosa succederà. Ed è probabilmente lì che il vino torna a essere una cosa viva.
Non perfetta, viva.