Terre di Giotto

Michele Lorenzetti


Gattaia & Terre di Giotto

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Michele Lorenzetti – Terre di Giotto, Gattaia

 

A Gattaia, nel cuore del Mugello, l’altitudine non è solo un dato geografico, ma una misura dell'anima. Siamo a 600 metri, dove il cielo si fa silenzioso e le viti, lontane dal frastuono del mondo, sembrano rispondere al passo lento della natura. Qui, Michele Lorenzetti, con la pazienza di chi ha imparato a stare al passo con i ritmi lenti della terra, ha messo radici. Prima nei pensieri, nel 2004, quando ha iniziato a consigliare altri produttori in viticoltura biodinamica, e poi nella propria terra, nel 2006, dando vita a Terre di Giotto.

Tre ettari, che sono il cuore pulsante di un paesaggio che non si può ridurre a numeri. Un ettaro si trova a Gattaia, tra le rocce e il respiro del bosco, piantato con varietà nobili e testarde: Pinot Nero, Sauvignon Blanc, Riesling. E una selezione massale, rara come un ricordo di famiglia, proveniente dai vecchi ceppi della Loira di Mark Angeli. Qui il vino non si fa, accade. Gli altri due ettari, più in basso, a 200-300 metri di altitudine, stanno su terreni argillosi che custodiscono la memoria di vecchie annate, con vigne piantate nel 1972: Sangiovese, Canaiolo, Tempranillo, Trebbiano e Malvasia di Candia. Uve che non cercano titoli, ma raccontano storie.

Michele lavora come chi non ha bisogno di dirlo. La sua biodinamica non è un’etichetta, ma una pratica quotidiana, silenziosa e rigorosa. Non si fida né dei dogmi né del caso, ma crede nella necessità di essere attenti, di ascoltare senza fretta. I suoi vini non sono naturali per moda o slogan. Lo sono per necessità interiore. Il terreno è sano, l’uva fermenta da sola, senza alcun artificio. E l’uomo? Fa il suo, senza aggiungere nulla, senza invadere. Accompagna, osserva, e poi si fa da parte.

E da questo processo nascono vini che hanno la dignità di chi non cerca applausi, ma che parlano chiaro per chi sa ascoltare. Circa 10.000 bottiglie all’anno, distribuite in sette etichette che Michele non ama raccontare, perché ognuna ha il suo passo, il suo respiro, il suo mondo.

Oltre a vinificare, Michele insegna. Tiene corsi sull’agricoltura biodinamica, sull’orticoltura, sull’olivo. Lo fa con la stessa sobrietà con cui lavora in vigna, senza fronzoli, senza inutili orpelli. E poi ascolta, tanto. Ogni parola è una sosta, ogni gesto una riflessione.

L’ho incontrato nel silenzio, Michele. Non parlava lui, parlavano le sue vigne. Ho imparato che l’intelligenza, quando si fa umiltà, genera bellezza. E che alcuni vini, come certi uomini, non ti vengono incontro: ti aspettano.