Località Colombaia di Trevozzo 29031
29031 Alta Val Tidone PC
Faunomoro. Un nome che si porta dentro due mondi, un incontro tra immaginazione e memoria.
Il Fauno, divinità agreste dal corpo metà uomo e metà capra, che protegge i pascoli e sussurra ai campi.
E il Moro, richiamo gentile al Gelso Bianco — il “Muròn” del dialetto locale — albero generoso e silente.
Due antichi patriarchi di questa specie vivono ancora oggi, profondi e presenti, nel cuore della tenuta.
E proprio da quell’incrocio, tra uomo e natura, tra spirito e radice, nasce l’essenza di questa piccola azienda agricola biodinamica. Siamo in Alta Val Tidone, colli piacentini, intorno ai 400 metri d’altitudine.
Luogo selvatico ma non ostile, dove il paesaggio si apre in disegni morbidi di vigne, boschi e pascoli, e l’aria sa ancora di origano selvatico e fieno tagliato. Qui, nel 2022, prende forma il progetto agricolo di Simona Sara e Matteo Moretti, che decidono di dare un senso contemporaneo a un’eredità antica. Non un ritorno nostalgico alla terra, ma un dialogo col suo respiro.
Il podere è piccolo ma ricco. Affonda le sue radici in una storia millenaria. Ai tempi dell’Impero Romano, queste terre appartenevano al Pagus Venerius. Da una delle più straordinarie testimonianze dell’antichità — la Tabula Alimentaria Traiana — sappiamo che furono acquistate da due patrizi, Mommeio Persico e Cornelia Severa. Cifre precise, volti e nomi incisi nel bronzo, come incisa è la vocazione agricola di queste colline. Ancora prima, erano i Celti a popolarle, con le loro pecore, in quella che le cronache latine chiamavano Celtix ovis villam.
Poi vennero i monaci, le abbazie, le donazioni. I nomi cambiarono, ma la sostanza no. La terra continuava a nutrire, a tramandarsi, a parlare.
Oggi, Faunomoro riprende quel filo sottile e lo intreccia in un ecosistema agricolo armonico. Ogni gesto è pensato. Nulla è forzato. La biodinamica non è un’etichetta, ma un patto con la natura. Capre da latte allevate con dignità e attenzione. Formaggi morbidi, cremosi, eleganti, fatti come si facevano una volta — ma con la consapevolezza di oggi. Vigneti coltivati con metodo Guyot, su terreni ricchi di argilla, da cui nascono vini sinceri e non filtrati. Ortrugo e Malvasia per i bianchi. Barbera, Syrah, Fortana e Cabernet per i rossi. Lieviti autoctoni. Lunghe macerazioni sulle bucce. Solfiti quasi assenti. È la vigna che racconta l’annata, non l’enologo.
E poi c’è “Il Matto”. Bianco fermo da Ortrugo in purezza. Dorato e vivo. Un vino anarchico e gentile, come certi poeti di collina.
Attorno, le api fanno il loro lavoro. Gli ulivi danno un olio sincero. La frutta — quella che c’è, quando c’è — viene colta senza fretta, secondo il tempo della natura.
Faunomoro è tutto questo. Un luogo dove il passato non è mai passato. Dove ogni gesto agricolo è anche un atto culturale. Un’azienda agricola che non insegue la moda ma la stagione. Dove il tempo — finalmente — torna a essere un alleato, non un nemico.