Tenuta Vincenzo Nardone

Nicola Nardone


 

Contrada  Colonna

83030 Venticano AV

+39 339 643 4723

 

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Ci sono ritorni che non hanno nulla di nostalgico.

Nicola Nardone torna in Irpinia dopo gli studi a Bordeaux non per ripetere ciò che ha imparato, ma per mettere in discussione ciò che tutti considerano inevitabile. Perché a volte bisogna allontanarsi molto da casa per capire dove si vuole davvero stare.

La storia della Tenuta Vincenzo Nardone comincia con suo padre, Vincenzo, che acquista la proprietà a Venticano quando queste colline erano ancora soprattutto un luogo di lavoro e non una destinazione da raccontare. Poi arriva Nicola.

Una generazione diversa, più inquieta, più esposta al mondo. Ma con lo stesso ostinato desiderio di restare fedele a una terra che non concede scorciatoie. L'Irpinia non è una terra accomodante. Le sue colline salgono e scendono come un respiro irregolare. L'inverno sa essere duro. Le distanze contano ancora. Eppure è proprio qui che alcuni dei vini più autentici del Sud trovano la propria voce. Nicola coltiva Aglianico, Greco, Falanghina e Coda di Volpe. Ma l'elenco dei vitigni racconta poco.

Più interessante è osservare ciò che rifiuta: l'agricoltura semplificata, la standardizzazione, l'idea che il vino debba assomigliarsi per essere compreso. Nei vigneti non ci sono scorciatoie chimiche. In cantina il lavoro procede per sottrazione. Non per ideologia, per rispetto. Perché quando si vive ogni giorno tra le vigne si capisce che la natura non ha bisogno di essere corretta continuamente. I vini di Nicola non rincorrono modelli prestabiliti. Hanno una personalità precisa, riconoscibile, costruita vendemmia dopo vendemmia. Parlano di Irpinia, certo, ma raccontano anche lo sguardo di chi li produce.

Ed è proprio in questo incontro tra territorio e visione che trovano la loro forza.

La Tenuta Vincenzo Nardone è una piccola azienda agricola irpina. Ma definirla così è riduttivo. È il luogo in cui una generazione ha scelto di non abbandonare la propria terra e di non trasformarla in una caricatura di se stessa.

Perché il futuro del vino, forse, non appartiene a chi parla più forte.

Appartiene a chi resta. E continua a coltivare. Anche quando sarebbe più semplice fare altro.

A Nicola va il merito di aver capito che custodire un'eredità non significa conservarla immobile, ma darle nuove possibilità

di esistere. E se questi sono i presupposti, il viaggio è appena iniziato. E vale la pena seguirlo.