TENUTE RAGONESE 🍈

Lancillotto Ragonese


Sicilia, Messina,

Tusa 98079

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instagram.com/tenuteragonese


 

In Sicilia, là dove il vento si ferma un attimo per ascoltare il silenzio degli olivi, c’è una collina che guarda il mare con occhi antichi. Si chiama Vallarancia. Terra di scirocco e tramontana, di pietre calde e ulivi secolari.

È qui che nasce Tenute Ragonese. Non da un progetto, ma da un’urgenza. Un bisogno profondo. Un ragazzo di trent’anni, Lancillotto Ragonese, decide che quelle piante non possono morire. Non ancora. Non così.

È il 2016. Il territorio comunale di Tusa, Sicilia aspra e profonda, è stato ridotto in cenere da incendi feroci. Ma qualche olivo, miracolosamente, si è salvato. Alberi che avevano visto passare i carri, i muli, le latte d’olio col marchio a fuoco e la polvere della stazione ferroviaria di Castel di Tusa. Lancillotto li guarda. Li tocca. Li ascolta.

In quella contrada i suoi antenati coltivavano la terra da oltre due secoli: Benedetto Bella, poi Giuseppe, poi ancora un altro Benedetto. Uomini di pietra e sudore, che portavano l’olio fino a Palermo, in silenzio, come fosse una reliquia.

Poi il buio. La disillusione. Gli anni dell’abbandono. Fino a quel giovane che ritorna e dice: “Ricominciamo”.

Nel 2017, dopo un anno passato a potare, recintare, riaprire sentieri chiusi dalla vegetazione, arrivano le prime 330 piantine. E 100 innesti. È un piccolo miracolo agricolo. Ma la Sicilia sa essere madre e matrigna.

Nel 2018, una notte, mani ignote e vili tagliano tutto. Ogni giovane albero, ogni innesto. Come a dire: “Vai via, questa terra non è per te”. Lancillotto non va. Pianta ancora. Moltiplica. Risponde alla violenza con la vita.

Oggi, Tenute Ragonese conta oltre 2.300 piante. Sei cultivar, tutte autoctone: Santagatese, Biancolilla, Verdello, Crastu, Giarraffa, Nocellara dell’Etna. L’olio è un canto d’identità, il racconto liquido di una resistenza contadina e civile.

La prima etichetta si chiama “Riserva Vallarancia”: un olivaggio delle piante secolari salvate dal fuoco e dalla dimenticanza. Santagatese, Crastu, Giarraffa. Dentro c’è il sapore del coraggio.

Il Crastu è un tesoro a sÊ. Cultivar rarissima, impossibile da trovare in vivaio. Allora Ragonese taglia marze dai suoi alberi madri, le innesta su selvatiche, le alleva come figlie. CosÏ rinasce un oliveto gemello, identico agli alberi antichi. Un atto di fede agricola.

Ogni bottiglia viene seguita con la devozione di un artigiano vero. L’olio viene filtrato, conservato sotto azoto, imbottigliato in laboratorio interno, protetto fino all’ultimo giorno. Ogni passaggio – ogni bottiglia – passa tra le mani di Lancillotto almeno cinque volte. Perché ogni bottiglia è una storia. La raccolta si fa presto, per salvare aromi e freschezza. La molitura? Sempre entro 12 ore. Sempre a freddo. Le olive vengono tenute al fresco già in campo, su un furgone refrigerato.

La sostenibilità qui non è una moda, ma una pratica quotidiana.

Il terreno è lasciato inerbare spontaneamente. Le erbe vengono trinciate, non tolte: sono nutrimento, non fastidio.

Fitofarmaci e concimi chimici non entrano. L’agricoltura è biologica, anche se la carta non lo dice: perché la coscienza pesa più della certificazione. L’acqua viene usata solo dove serve, goccia a goccia, guidata da una centralina connessa a satellite.

L’energia è solare, domani anche eolica. I trattori a scoppio saranno sostituiti da elettrici. Un passo alla volta, ma ogni passo è deciso. Il cambiamento climatico qui è già realtà. E allora si usano caolino e potatura a vaso policonico, si studia la luce, si ascolta l’aria. Si fa agricoltura come si fa musica: accordando le piante alla stagione.

Tenute Ragonese è anche cultura. Educazione all’olio. Racconti sui social, masterclass in osteria, e presto un sito interamente dedicato a spiegare la coltura (e cultura) dell’olivo. Due sogni stanno prendendo forma.

Uno è una sala degustazione, un luogo fisico dove chi arriva possa sedersi, assaggiare, ascoltare. Dove l’olio venga raccontato come un vino raro, come un profumo. L’altro è il frantoio aziendale, il cuore pulsante di un progetto che vuole chiudere la filiera e aprire un nuovo futuro. Perché questa non è solo una storia d’olio. È la storia di un ragazzo che ha deciso che la terra vale più della paura. E che un olivo salvato è un pezzo di civiltà che resiste.

 

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