Figliej

Viticoltura di Montagna

Bianca Maria Seardo & Riccardo Prola


 

Via Figliei, 11

10010 Settimo Vittone (To)

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Cantina Figliej poesia in pergola e terra sotto le unghie.

A Settimo Vittone, dove l’arco alpino si piega come un vecchio dorso e le rocce si ricordano del ghiaccio, c’è un anfiteatro che canta piano, si chiama Figliej. Non è solo una cantina, ma un’eco di terrazzamenti, castagni, pergole e vite che non si arrendono. La gestiscono Riccardo e Bianca, due anime incastrate come le pietre a secco che sorreggono i muri, lui con la testa nei secoli, lei con lo sguardo in avanti. La loro storia inizia nel 2016, ma affonda in sette generazioni di mani che hanno zappato, potato, raccolto. Dopo l’abbandono, hanno risposto con la cura. Dopo il silenzio, con una rinascita piena di voci vegetali.

Qui si lavora a mano, sempre. È una scelta ma anche una dichiarazione di poetica, fare vino non come atto produttivo, ma come rito quotidiano. Si chiamano contadini, non per moda, ma per adesione radicale. Vignaioli sì, ma anche pastori, potatori, custodi di paesaggio. Perché Figliej è un ecosistema, non un’etichetta, peschi, meli, prati stabili, un gregge di pecore che tosa il bosco come un parrucchiere zen, e poi le viti, tutte su pergola canavesana, come si faceva prima che l’agroindustria decidesse di standardizzare la bellezza.

Zero chimica, massimo ascolto. Le uve sono bio certificate, ma è il gesto che conta, follature a mano, fermentazioni spontanee, macerazioni che sanno aspettare. In cantina regna la “minima enologia”: l’essenziale per non disturbare troppo. Perché il vino, qui, non si costruisce: si accompagna.

I suoli? Un patchwork geologico, morene glaciali, conoidi di frana, sedimenti, memorie di torrenti arrabbiati. Ogni filare cambia lingua, ogni parcella ha un suo accento. Il Nebbiolo Picotener trova la sua casa verticale, le uve bianche si nutrono di sapidità, le rosse minori  Neretto, Croatina, Barbera, Vernassa dal Picul Rus  risuonano come un disco punk suonato su vinile.

Il vigneto è un mosaico di biodiversità, lontano anni luce dai monologhi monovarietali. C’è anche lei, l’Erbaluce, bianca e luminosa come una parola nuova. E poi c’è quella vite "sconosciuta", ritrovata e salvata, come un messaggio lasciato in una bottiglia dal passato.

I vini portano nomi che sembrano titoli di canzoni: Perserverance, un macerato che danza sulle bucce; Chèmp, rosso contadino e contemporaneo, un blend che sa di ritorno e resistenza; Toppia e Darecà, due Nebbioli puri che parlano il dialetto della pietra e del vento.

Figliej non vuole solo produrre bottiglie, vuole produrre bellezza. Ogni terrazzamento è una strofa, ogni vigna una lettera d’amore scritta alla montagna. L’azienda paesaggio è la loro invenzione più vera, un modo di abitare il mondo che fonde l’utile con l’estetico, il dovere con il sogno. Creano luoghi sani, accessibili, vivi. Non per nostalgia, ma per futuro.

Perché fare vino qui, oggi, è un atto di resistenza poetica.