Francesco Giorgi lavora a Vigoleno, appena sotto al castello, nel versante che guarda lo Stirone. La sua vigna inizia da un recupero, una parcella abbandonata, presa in mano senza sapere bene dove sarebbe finita. A muoverlo, all’inizio, è una specie di sfida personale restituire a quella terra una forma, magari anche un senso. Poi, come spesso accade quando si dà ascolto alla terra, le cose accelerano. In tre anni il fazzoletto iniziale si allarga, ingloba nuovi appezzamenti, il primo ettaro sta nel cuore del borgo, tra le pietre e i silenzi antichi di Vigoleno, gli altri due si stendono a Vigolo Marchese e a Prato Ottesola, sotto a Diolo, dove la campagna cambia pendenza e respiro.
Coltiva 1,6 ettari, con l’attenzione di chi ogni giorno deve decidere cosa vale la pena fare, e cosa invece è meglio lasciare stare. In vigna ci sono Barbera, Bonarda e Cabernet Sauvignon per i rossi; Ortrugo, Trebbiano, un po’ di Moscato, Santa Maria un’uva che ha radici nel Cinquecento e da poco qualche filare di Chardonnay. Non ci sono automatismi, ogni scelta nasce sul momento, seguendo quello che l’annata permette e impone.
I suoi vini hanno nomi che sembrano storie. Il rosso si chiama Giltèn, che nel dialetto piacentino significa “gilerino”, soprannome del nonno paterno che amava indossare il gilèt e forse grazie anche al nome, non è un vino che si dimentica facilmente. Viene da un uvaggio dei tre rossi, macerato per dieci giorni con tre follature manuali, c’è dentro il gesto, la fatica, ma anche la fiducia. Il rosato frizzante si chiama Remino, ed è fatto con la tecnica del salasso, secondo metodo ancestrale. Ha la leggerezza del vino da stappare in compagnia, ma anche la precisione di chi non vuole mai ripetersi. E poi c’è Campanèr, bianco frizzante da Ortrugo e Santa Maria, in stato ancora sperimentale, non lo mette in commercio, ma ne parla come si parlerebbe di un figlio in viaggio, che ancora deve tornare a casa.
Francesco non viene dal vino, ma ci è finito dentro come certi sentieri che ti prendono alla caviglia mentre stai cercando tutt’altro. Il Furaster, così si chiama la sua cantina, è un nome che racconta questo stare un po’ ai margini, non fuori posto, ma fuori schema. Un vignaiolo che lavora a testa bassa, fuori dalle rotte comode, e che intanto costruisce qualcosa che somiglia sempre di più a una lingua nuova, fatta di terra, di fermentazione, di tempo.